Regione del Veneto  
Giunta Regionale


I° Convegno Regionale sull'Educazione degli Adulti 
"Il sapere sociale. Forme di
educazione degli adulti nella società della conoscenza"
 

E.D.A. nel settore non formale
 

Maria Vittoria Nodari
Federuni
 

Premesse alcune definizioni, ci si sofferma sulla molteplicità delle proposte rivolte ad adulti ed anziani.
In questi ultimi anni sono sorte molte iniziative non formali, con lo scopo soprattutto di sostenere le persone nel rapido cambiamento di ruolo sociale, e con lo scopo di far loro scoprire oltre all’attività produttiva già svolta l’impegno sociale per al qualità della vita. Esse si sono rivolte alle persone ricche di esperienza di vita al fine di aiutarle a ripensare globalmente alla propria esperienza, per scoprire un nuovo modo di essere e di agire. È il caso, ad esempio, della casalinga con figli ormai autonomi o della persona che affronta il periodo successivo al pensionamento. Tali attività mirano a far sì che l’individuo possa invecchiare con successo, secondo il famoso slogan di Havigurst, raggiungendo e mantenendo il più a lungo possibile autonomia ed autosufficienza fisica, psichica e socio-economica, e sia pronto ad acquisire e conservare capacità dinamiche di adattamento e di plasticità, soprattutto psichica, che solo un progetto mirato assicura. Mirano inoltre a favorire l’azione sociale umanizzante delle persone libere da attività lavorative, soprattutto nel ruolo di trasmissione del patrimonio di civiltà fra le generazioni.
Nell’autunno del 1972 fu pubblicato il Rapporto Faure, elaborato su iniziativa ed incarico ufficiale dell’Unesco, come orientamento generale per gli anni del secondo decennio dello sviluppo in campo educativo. In esso ci sono taluni punti chiave che nell’arco del successivo trentennio hanno trovato una adeguata affermazione nel campo dell’istruzione non formale.
E proprio all’indomani di tale evento (1973) Pierre Vellas, docente di diritto internazionale, rientrando da Tananarive, dove lavorava per la redazione della Costituzione madagascaregna, intristito dai pochi frequentanti i corsi accademici e dal deserto presente nei Dipartimenti di formazione continua degli adulti, voluti con legge parlamentare a fine degli anni ’60, per il recupero professionale, aprì agli anziani di Tolosa le aule universitarie. Nasceva la prima Università della terza età, centro di ricerca (gerontologia) ed istituzione culturale collegata con la Municipalità. L’alto livello delle conferenze mal si collegava con la promozione umana di tutto l’uomo e la centralità dell’essere personale, riconosciuto lungo l’intero ciclo vitale, che il Rapporto Faure propugnava.
A partire dagli anni ‘80, le Università della terza età hanno occupato anche in Italia uno spazio dell’educazione permanente. Non collegate con le Università degli Studi, ma con centri culturali e più spesso con organizzazioni di volontariato generoso, sono iniziative articolate e molto aderenti al territorio. Esse fanno propria l’intuizione di C.G. Jung, che negli anni Trenta si chiedeva se, accanto alle istituzioni scolastiche che preparavano alla vita, non si potessero progettare scuole per le persone oltre i quarant’anni, le quali dovevano apprendere l’arte del "ben vivere". Attuano in modo diversificato conferenze e laboratori; offrono progetti finalizzati al reinserimento sociale dei corsisti; promuovono promozione sociale e socializzazione. Si attuano di pomeriggio con larga partecipazione di pubblico (70%) femminile.
Rispetto ai centri territoriali, le Università della terza età (degli adulti, del tempo libero) promuovono una educazione non professionalizzante, che allarga gli interessi dei frequentanti e moltiplica le relazioni significative, favorendo la riflessione sul vissuto, stimolando la creatività, sviluppando la disponibilità e la capacità di assumere nuovi ruoli.
Si rivolgono a persone con esperienza di vita, che accolgono con entusiasmo le proposte culturali serie (non conferenze, ma corsi), collegate con un progetto educativo mirato: umanizzazione ed autopromozione individuale. Non sono una proposta per tutte le età, perché la frequenza è di fatto per gli ultra cinquantenni e la presentazione dei contenuti delle lezioni parte dall’esperienza di vita, facilitando la crescita culturale degli utenti che è per lo più della scuola dell’obbligo.
L’insegnamento, proposto da docenti di buon livello e capaci di analisi, ricalca i contenuti della scuola superiore, spesso in forma interdisciplinare e monografica, ed affianca la produzione seminariale creativa e di ricerca.
Le Università sono rette da istituzioni no-profit o di volontariato e si informano a quattro modelli. Nel Veneto sono oltre 90.
Il rinnovamento dei dirigenti in atto presenta attualmente problemi di non facile soluzione. In talune realtà l’aderenza alle attese dei corsisti penalizza il progetto educativo a favore della socializzazione; altrove la partecipazione dal basso origina conflittualità ed assenza di finalità educativa; in altre lo sforzo di rinnovamento metodologico e didattico incrementa l’utenza, attenta ed esigente, ed origina difficoltà logistiche per spazi angusti e costi onerosi degli ambienti.
La visione nazionale ci permette di fare alcune osservazioni. La Federuni persegue attualmente la "formazione" dei docenti e corsi di omogeneità di finalità ed aderenza ai bisogni dell’utenza.
 

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